Fu necessario osservare il cielo fin dallo sviluppo dell’agricoltura: questa attività dipendeva dalle stagioni e, anzitutto, dall’altezza del Sole nel cielo a una determinata ora. Dopo la rivoluzione neolitica e gli inizi delle prime civiltà, la Mesopotamia ospitava già astronomi che studiavano i movimenti delle stelle e dei pianeti e ne facevano divinità. L’epoca favoriva interpretazioni religiose e mistiche; perciò l’osservazione astronomica, già molto avanzata ai tempi dei Babilonesi, poteva anche confondersi con l’astrologia, che pretendeva di leggere il futuro o i caratteri nelle posizioni degli astri rispetto alle figure mitologiche disegnate nel cielo. Il peso di questi miti era tale che i nomi di tali figure (ammasso della Vergine, costellazione di Orione…) sono ancora utili oggi, pur avendo perso il loro carattere simbolico. Ma compiere un’osservazione è una cosa, spiegarla un’altra. Fu ciò che fecero i Greci, elaborando le prime spiegazioni e interpretazioni dei movimenti degli oggetti celesti. Nel Medioevo e nei secoli successivi, i navigatori usavano le posizioni degli astri per determinare la propria posizione.
Copernico, insieme a Keplero, spezzò l’antropocentrismo dominante. Newton stabilì, grazie alla gravitazione universale, perché i pianeti ruotassero attorno al Sole. Laplace e molti altri continuarono a formalizzare le osservazioni. Emmanuel Kant, nella sua Théorie du ciel, pose le basi filosofiche della cosmologia con un universo euclideo immutabile ed eterno. L’astronomia restò governata dalle leggi di Newton fino all’inizio del XXº secolo.
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Gli inizi della cosmologia scientifica ==========================================================================================
Siamo nel 1915. Albert Einstein porta a compimento la teoria della relatività generale, elaborata a partire dagli anni 1910. Con essa, la cosmologia diventa scientifica, poiché questa teoria del campo gravitazionale consente di definire le proprietà di un insieme, l’universo, i cui confini restano da determinare. Ciò presuppone l’accettazione di due principi: le leggi della fisica sono universali e valgono tanto nel passato quanto nel futuro; l’universo è identico ovunque e non esiste un luogo d’osservazione privilegiato (è il principio di isotropia). Rinunciare a questi principi implicherebbe usare un’altra fisica o ritenere che le proprietà del nostro spazio locale non esistano in altre parti dell’universo. Grazie alla relatività generale, l’universo, in quanto oggetto, è descritto da un’equazione in uno spazio geometrico non euclideo.