In ottant’anni di Coppa del Mondo, i palloni sono molto cambiati: T-shape e Tiento, nel 1930, erano composti da dodici pannelli a forma di T, il Federale 102 del 1934 da tredici, il Superball del 1950 nuovamente da dodici. Dopo palloni a diciotto facce fino al 1962, nel 1966 si passa a venticinque, per arrivare nel 1970 alle trentadue facce dell’icosaedro troncato: venti facce esagonali e dodici pentagonali. Questo Telstar di prima generazione, con pentagoni neri ed esagoni bianchi, diventa una star della televisione in bianco e nero.
I palloni cambieranno spesso nome, si coloreranno, ma manterranno la stessa forma fino al 2006. A quel punto il Teamgeist avrà quattordici pannelli, il rimbalzante Jabula del 2010 ne avrà soltanto otto e, dal 2010, ecco i palloni… «cubici». Sono rotondi, certo, ma hanno una struttura cubica: sei facce con angoli di ampiezza inferiore a 120°, che si incontrano tre a tre in ogni vertice e vengono applicate a una sfera. È un risultato matematico: il teorema di Alexandrov–Pogorelov, secondo cui un simile assemblaggio è possibile. Questi due matematici russi generalizzarono, il primo nel 1950 e il secondo nel 1970, il teorema enunciato da Cauchy nel 1813: «Ogni poliedro convesso è rigido.» Ciò significa che, a certe condizioni, si possono incollare sei domini convessi come fossero le facce di un cubo, ottenendo una sorta di poliedro dalle facce non del tutto piane che, una volta gonfiato, darebbe una sfera. Miracolo della geometria: così nacquero il Brazuca nel 2014 e il pallone di oggi, il Telstar 18.