Un buco nero: è sconcertante! È una singolarità dello spazio (vedi il nostro dossier «Roger Penrose» in
Tangente 198, 2021) definita dalla sua massa e dal suo spin. Quale termine usare dunque per designarli correttamente? Jean-Marc Lévy-Leblond raccomanda di tornare alle denominazioni
astri occlusi o
astri oscuri. Questo termine fu coniato da Laplace nella sua
Exposition du système du monde:
«Un astro luminoso, della stessa densità della Terra e il cui diametro fosse duecentocinquanta volte maggiore di quello del Sole, non consentirebbe, per effetto della sua attrazione, ad alcuno dei suoi raggi di giungere fino a noi. È dunque possibile che i più grandi corpi luminosi dell’universo possano, per questa ragione, essere invisibili.»
Ma, per quanto possano essere state fulminanti l’intuizione e l’audacia di Laplace, questi «astri luminosi» non corrispondono allo stesso concetto.
L’astronomo danese Ole Roemer (1644‒1710) mostrò che la velocità della luce è finita studiando le eclissi dei satelliti di Giove. Il suo contemporaneo britannico Isaac Newton postulò la natura corpuscolare della luce (vedi l’articolo
«La geniale intuizione dell’esistenza dei buchi neri»). Si attribuisce quindi una massa alle «particelle di luce». Laplace ne dedusse che queste «particelle di luce», al di sopra di una certa massa del loro astro, non avrebbero potuto raggiungere la velocità di fuga; quest’ultimo sarebbe stato un «astro oscuro».
Laplace eliminò il brano sopra riportato fin dalla terza edizione della sua Exposition du système du monde, del 1808.