2000: la rivolta degli studenti dell’École normale
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Su iniziativa di studenti dell’École normale supérieure di rue d’Ulm, una lettera aperta degli studenti di economia, pubblicata sul quotidiano Le Monde del 17 giugno 2000, rimproverava ai docenti lo spazio eccessivo che la matematica occupava nel loro insegnamento. Più precisamente, vi si poteva leggere: «L’uso strumentale della matematica sembra necessario, ma il ricorso alla formalizzazione matematica, quando non è più uno strumento bensì diventa un fine in sé, conduce a una vera e propria schizofrenia rispetto al mondo reale.» Gli studenti deploravano che troppi esercizi consistessero soltanto nell’applicare modelli senza un legame diretto con la realtà, il che porta a una sorta di «pensiero unico». Philippe Mongin, direttore di ricerca del CNRS, contestò questa posizione e affermò che «la matematica è uno strumento di analisi e di esposizione, non il veicolo di un’intenzione particolare».
Certo, Mongin aveva ragione, ma gli studenti ritenevano giustamente che molti modelli servissero soltanto a creare esercizi utili alla selezione e, per di più, a insinuare surrettiziamente le teorie neoclassiche, distogliendo gli studenti dai dibattiti economici contemporanei.
Riuniti nel Mouvement Autisme-économie, gli studenti proseguirono la loro battaglia. La disputa oltrepassò i confini francesi e il movimento ricevette vari appoggi, anche nel mondo anglosassone. Troppo spesso ridotto alla domanda «a favore o contro la matematica in economia?», questo movimento voleva restituire a un modello matematico il suo vero significato, cioè trovare la propria giustificazione nei fatti.
1960: la disputa delle due Cambridge
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Nel 1960, una controversia di natura matematica contrappose gli economisti Joan Robinson e Piero Sraffa dell’università di Cambridge (Gran Bretagna) a Paul Samuelson e Robert Solow del MIT, che ha sede a Cambridge, nel Massachusetts (Stati Uniti).
Nell’ambito dell’economia neoclassica, fondata alla fine del 19º secolo da Carl Menger, William Stanley Jevons e Léon Walras, la valutazione del prezzo del capitale, cioè dei fattori di produzione, svolge un ruolo fondamentale. Essa permette in particolare di valutare il prodotto marginale, strettamente legato al salario.
Gli economisti inglesi aprirono la controversia facendo notare che calcolare l’ammontare del capitale significa sommare cose che non hanno nulla a che vedere tra loro, come camion di dieci anni e computer fiammanti. Gli economisti di Boston replicarono che basta sommare i valori monetari dei fattori di produzione.
La disputa si placò solo nel 1962; tutti riconobbero che la valutazione del capitale è certamente interessante, ma inevitabilmente assai imprecisa, e che l’investimento è un fattore chiave della crescita…
Keynes contro Hayek
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I due economisti John Maynard Keynes (1883–1946) e Friedrich Hayek (1899–1992), con i rispettivi seguaci, si contrappongono da oltre tre quarti di secolo, proponendo visioni totalmente opposte dei comportamenti economici e delle politiche da seguire.
Hayek fu un difensore del liberismo assoluto; di conseguenza riteneva dannosi tutti gli interventi dello Stato, comprese le misure di assistenza sociale. Le sue teorie si basavano su modelli matematici nei quali gli attori conoscono perfettamente il mercato e sono sempre guidati da considerazioni razionali. Furono in voga, soprattutto nel mondo anglosassone, negli anni Ottanta e Novanta.
Keynes, di formazione matematica, riteneva invece che i consumatori adottassero alcuni comportamenti affettivi o abitudinari che sfuggono alla razionalità. Perciò, affermava, l’intervento dello Stato era necessario per l’equilibrio della società. Furono le sue idee a essere applicate nel dopoguerra e a condurre ai Trenta gloriosi.
Keynes paragonò l’econometria all’alchimia, e Hayek l’economia matematica alla magia…