Diploma scientifico in tasca, Ulysse Lacoste esitava tra un percorso scientifico e una carriera artistica. Una classe preparatoria in arti applicate gli permise di entrare nella scuola Olivier-de-Serres, dove scoprì il laboratorio di scultura su metallo. Qui imparò a realizzare oggetti metallici, a creare sagome per poi costruirli in 3D. Si avvicinò alla caldareria, una tecnica che consiste nel tagliare lamiere in superfici sviluppabili, che possono poi, all’occorrenza, essere deformate. La geometria di base gli consentiva di creare oggetti di forma conica o cilindrica; poi l’allungamento del metallo faceva comparire nuove curve. Questa geometria elementare è uno strumento che gli permette di semplificare il lavoro e, a suo avviso, induce un diverso modo di pensare. Sensibile ai materiali che usa, considera il metallo imprescindibile. Di fronte a tutti i grandi monumenti metallici, tra i quali il più emblematico è la torre Eiffel, prova una forte emozione legata alla massa di metallo delle loro strutture. Come spiega lui stesso: «Il metallo è molto importante per me, per la sua materia, il suo colore e la sua storia; ogni metallo veicola un immaginario proprio: il bronzo è caldo, nobile e sensuale; l’ottone è associato agli oggetti scientifici, è il metallo del rigore; l’acciaio parla di costruzione e di strutture su larga scala; il rame evoca malleabilità e conducibilità.»
Opere poetiche ============================================================================================================
Il titolo dell’ultima mostra di Ulysse Lacoste alla galleria Empreintes di Parigi è «Modelli matematici / Moduli poetici». Si entra subito nel vivo della ricerca dell’artista. Alla domanda se i modelli matematici dell’Institut Henri-Poincaré lo abbiano ispirato, risponde di sì, ma precisa che gli oggetti da lui creati non sono davvero modelli matematici! L’artista immagina dunque forme che, a priori, non hanno alcun legame particolare con la matematica. Le disegna, le perfeziona, realizza sagome, le immagina in movimento e, poco a poco, è portato a pensare geometricamente in termini di volumi, con l’obiettivo di semplificare e depurare. Constata che la matematica lo aiuta e che è persino necessaria. Ma questi oggetti usciti direttamente dalla sua immaginazione non sono inizialmente concepiti come modelli matematici, anche se riconosce di essere ispirato dalle forme della scienza, siano esse curve, ritmi o forme naturali. Quando nega di creare forme matematiche, non si può fare a meno di cogliere una sorta di analogia tra Ulysse Lacoste e Antoine Pevsner, che pure rifiutava di riconoscere nelle proprie sculture oggetti matematici. Questa lontana affinità ci pare evidente nell’opera Generatrici.
Ulysse Lacoste rivendica il carattere poetico delle sue opere: sono oggetti che fanno sognare, che si possono manipolare e osservare a scale diverse. È importante sentire la materia, la temperatura, percepirne la massa, stabilire con esse un rapporto diverso da quello puramente visivo. Lo afferma: «I miei oggetti hanno un nome, un peso, una scala; sono sculture. Scelgo l’estetica, la poesia, più che una bella equazione.» Quando ci fa soppesare una delle sue piccole sculture, la sensazione di massa sorprende; e quando le fa rotolare, i loro movimenti e le loro traiettorie affascinano. L’opera prende vita: non è più un oggetto inerte dietro una vetrina. Le realizza dapprima in piccolo formato, collocandovi accanto piccoli personaggi perché se ne possa immaginare la scala; poi le riproduce a grandezza naturale per farle rotolare con l’intervento di artisti circensi, che fanno corpo con queste forme.