« Nulla è più concreto, più reale di una linea, di un colore, di una superficie. » Questa frase assai platonica di Theo van Doesburg (pseudonimo di Christian Emil Marie Küpper, 1883-1931), fondatore di numerosi movimenti artistici d’avanguardia, dissiperà l’equivoco di chi interpretasse il termine «concreto» come contrario di «astratto».
Che cosa ci fa un Espace de l’art concret in un piccolo comune delle Alpi Marittime, tra Grasse e Cannes, dove la natura sembra richiamare maggiormente l’arte figurativa? La risposta sta nell’incontro tra un sindaco aperto all’arte contemporanea e professore di matematica, André Aschiéri, e un collezionista e artista svizzero, Gottfried Honegger (1917–2016). Quest’ultimo, insieme alla moglie Sybil Albers, ha donato allo Stato la sua collezione personale di quattrocento opere. Da allora sono esposte all’Espace de l’art concret di Mouans-Sartoux, in una sede appositamente progettata dall’architetto Marc Barani.
Quadro-rilievo Z.826. Il rilievo è creato dalla luce, che si riflette in modo diverso sui vari piccoli rettangoli del quadro.
Il ruolo della matematica e dell’ottica
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Fin dalla prima sala, la matematica è onnipresente. Il dipinto di Max Bill (1908–1994), intitolato Deux zones, claire et sombre, richiamerà anzitutto all’appassionato di matematica l’irrazionalità della radice quadrata di 2. L’opera mette infatti in scena la dimostrazione proposta nel Menone di Platone. Nella stessa sala si trovano anche ritmi classici, come tele fondate sui rapporti tra le superfici di colori diversi o sugli allineamenti.
Zwei Zonen, dunkel und hell.
Far off, study for homage to the square.
Dix lignes au hasard.
Ma lo scopo principale di Josef Albers (1888–1976), nel suo omaggio al quadrato, è ingannare l’occhio dello spettatore attraverso i colori dei diversi quadrati, così che quello centrale, il più pallido, sembra fluttuare al centro della composizione. Un gran numero di tele si fonda dunque su una sorta di illusione ottica che intrappola l’occhio fra diverse interpretazioni.
L’estetica del caso
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François Morellet (1926–2016) usa invece una tecnica sorprendente per creare alcune delle sue opere: il caso. Osservando le sue tele, ci si chiede se non abbia fatto intervenire il caso più volte, per poi scegliere quella «più estetica», il che equivale quasi a negare il caso. Qual è la probabilità che, fra dieci rette, quattro siano approssimativamente concorrenti e formino un fascio che richiama un proiettore? Ci si può certo porre la domanda, ma poco importa: conta solo il risultato. Il quadro sprigiona un’armonia indubbia, ancora legata all’incertezza dello sguardo fra diverse interpretazioni.
Trame sferiche.
François Morellet ha peraltro inventato la teoria della «partecipazione dello spettatore». Lo sguardo e la luce sono al centro dell’arte in generale e dell’arte concreta in particolare. Questa importanza è evidente nelle sue sculture, come questa sfera in acciaio inossidabile tagliata secondo due serie di piani paralleli, perpendicolari fra loro. Ogni spostamento dello spettatore, ogni variazione della luce fa apparire un reticolo diverso. La fotografia qui accanto ispirerà senza dubbio il matematico.
David e Royden Rabinowitch, fratelli gemelli nati nel 1943, lavorano insieme ma talvolta firmano le loro opere separatamente. Questo spiega perché si possano trovare sculture assai simili firmate dall’uno… o dall’altro. L’Espace de l’art concret possiede una delle sculture firmate da David. Ispirerà il matematico, anche se rischia di sembrargli enigmatica.
Conical plane in four masses and two scales.
Le rette tracciate sull’ellisse qui accanto richiamano il mistico esagramma di Pascal. Questa interpretazione è però errata: la conica contiene soltanto tre rette, non sei. D’altra parte, i fori sulla superficie restano assai misteriosi, come distribuiti a caso. Se le quattro masse sono presenti, dove sono le due scale? Il titolo, apparentemente molto preciso, invita lo spettatore a contare e lo smarrisce fra diverse interpretazioni…