La matematica nacque molto tempo fa: non appena si seppe contare, fu necessario dare un nome ai numeri. Poi si cominciò a scriverli. La prima traccia di un sistema di numerazione al mondo risale a ventimila anni fa e fu scoperta negli anni Cinquanta nell’attuale Repubblica Democratica del Congo: sono le ossa di Ishango, lunghe circa dieci centimetri. Vi compaiono gruppi di tacche che costituiscono certamente una rappresentazione numerica, un po’ come facevano i Romani scrivendo «III» per indicare il numero tre.
A quell’epoca, i numeri servivano a contare, a enumerare persone, animali, giorni. Nel 4º secolo prima della nostra era, Platone scriveva infatti nel Timeo che abbiamo inventato i numeri osservando il ripetersi del giorno e della notte, dell’inverno e della primavera. Ne deduce che i numeri esistono nella nostra mente solo perché siamo dotati di sensi, in particolare della vista, che ci permette di cogliere tali ripetizioni. I numeri nacquero dunque come oggetti sensibili utili a caratterizzare altri oggetti attraverso la loro quantità.
Pitagora e la sua scuola ----------------------
I Greci hanno sempre ammirato i loro predecessori: Egizi, Babilonesi e Fenici avevano infatti sviluppato grandi competenze nell’arte del calcolo applicato ai numeri e alle figure geometriche. I Fenici ne avevano bisogno per i loro calcoli commerciali, i Babilonesi per stabilire calendari, gli Egizi per calcolare le tasse da pagare al faraone sulle superfici coltivabili. Così, secondo Erodoto (nelle Storie, intorno al 445 a.C.), nacque la geometria: quando il Nilo inondava un campo, il contadino non doveva pagare tasse per la superficie sommersa. Gli Egizi si interessarono quindi alle frazioni unitarie – la parte di un tutto –, al punto che oggi si chiamano frazioni egizie i numeri della forma 1/2, 1/3, 1/4, 1/5…, il cui numeratore è uguale a 1.
Un giorno, un uomo originario di una piccola isola greca al largo dell’attuale Turchia andò in Egitto per formarsi in matematica e filosofia presso i sacerdoti. Poiché l’Egitto era stato conquistato dai Persiani, fu condotto suo malgrado a Babilonia e ne approfittò per perfezionare la propria formazione. Tornato in patria dopo una buona ventina d’anni di quello che oggi chiameremmo un Erasmus, emigrò ancora una volta per stabilirsi definitivamente nell’Italia meridionale. Quell’uomo era Pitagora di Samo, il Pitagora di cui si studia fin dalla scuola secondaria di primo grado un teorema che porta il suo nome, ma che egli stesso aveva appreso dagli Egizi e non avrebbe mai avuto la faccia tosta di considerare una propria scoperta.