Prima di parlare delle matematiche arabo-musulmane, è importante comprendere le condizioni in cui emerse e si sviluppò questo intero capitolo della storia delle scienze e del pensiero. Per farlo, occorre risalire al primo movimento che ne è all’origine: l’espansione dell’Islam. Alla morte di Maometto, avvenuta nel 632, l’Islam si estendeva su una parte dell’Arabia attorno a Medina, la capitale, e alla Mecca.
All’epoca, alle porte di questa potenza nascente si trovavano due grandi imperi: l’impero sasanide (la Persia) e l’impero bizantino (che si chiamava «impero romano», poiché era la parte orientale di un impero di cui soltanto quella occidentale era crollata), entrambi affacciati sulla medesima frontiera. Vari fattori favorirono l’Islam: le dispute religiose a Bisanzio, la cosiddetta peste di Giustiniano, che conobbe numerose ondate dal 6º all’8º secolo, la guerra persiano-bizantina (dal 602 al 628), che consentì all’impero sasanide di conquistare territori bizantini ma lasciò esauste entrambe le potenze, nonché l’instabilità politica in Persia, con quattordici re succedutisi in quattro anni. I califfi che si succedettero («califfo» significa «successore», sottinteso di Maometto) riuscirono così a dominare l’intera regione in pochi decenni (vedi la carta qui sotto). Nel 661, in seguito a una guerra interna per il potere, il califfato (l’intero territorio musulmano) passò sotto il controllo della dinastia omayyade, che fissò la propria capitale a Damasco, nell’attuale Siria. Gli Omayyadi proseguirono le conquiste fino alla Spagna.
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L’espansione musulmana fino al 750, con la caduta degli Omayyadi.