Nella sua Storia degli uomini dotti (Ta’rikh al-ḥukama), lo storico al-Qifṭī (1172-1248) racconta come le cifre (e i metodi di calcolo) indiane furono introdotte nel mondo arabo: «Nell’anno centocinquantasei si presentò al califfo al-Mansūr [dell’Egira, dunque nel 773 d.C.] un uomo venuto dall’India, assai versato nel calcolo noto con il nome di sindhind [siddhanta in sanscrito, titolo abituale dei trattati astronomici indiani] […]. [Tutto ciò era contenuto] in un’opera [...] che portava il nome di uno dei re indiani chiamati Figar, le cui tavole erano calcolate per un minuto. Al-Mansūr ordinò che quest’opera fosse tradotta in arabo e che, sulla base di [questa traduzione], si componesse un’opera che gli Arabi potessero usare come base per i movimenti dei pianeti. Questo lavoro fu affidato a Muḥammad ben Ibrahim al-Fazari […]. Per [il successivo califfo al-Ma’mūn], Muḥammad ibn Musa al-Khwārizmī ne redasse un compendio.»
Forse intorno all’anno 825, al-Khwārizmī scrisse così uno dei primi libri in arabo in cui comparivano le cifre indiane: il Libro dell’addizione e della sottrazione secondo il calcolo indiano.
Un best seller latino
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Se oggi questo libro è perduto nella sua versione araba originale, ne possediamo per fortuna numerose traduzioni e adattamenti in latino.
Ad Adalardo di Bath
(vedi l’articolo) viene talvolta attribuita la prima traduzione parziale in latino del testo arabo, o almeno la più antica che si conosca: il
Liber Ysagogarum Alchorismi, cioè i «Libri delle introduzioni di al-Khwārizmī», che risale all’incirca al 1143.