In un celebre articolo scritto nel 1960, The Unreasonable Effectiveness of Mathematics in the Natural Sciences, il fisico Eugene Wigner (vedi riquadro) analizza le relazioni tra matematica e fisica e si interroga su due punti:
• Com’è possibile che uno stesso concetto matematico ricorra in situazioni che, a quanto pare, non hanno nulla in comune e permetta tuttavia di descriverle tutte con altrettanta precisione?
• La sconcertante efficacia della matematica nelle scienze naturali, in particolare in fisica, è il segno di una corrispondenza univoca tra le teorie e ciò che descrivono?
Prendiamo questa semplice formula: c / d = π, che lega la circonferenza c di un cerchio al suo diametro d. Sorprendentemente, lo stesso numero π compare anche nella somma degli inversi dei quadrati di tutti i numeri dispari: ∑n=0+∞1(2n+1)2=π28.\sum_{n=0}^{+\infty}\frac{1}{({2n+1})^{2}}=\frac{\pi^{2}}{8}. Si può provare lo stesso stupore osservando come la matematica si inserisca nelle teorie fisiche: uno stesso concetto matematico può rivelarsi estremamente utile in teorie fisiche molto lontane tra loro. È tanto più sorprendente se si considerano teorie nelle quali la matematica non è soltanto uno strumento, ma svolge un ruolo fondativo, tendendo a confermare la visione generalmente attribuita a Galileo, secondo cui le leggi della natura sono scritte in linguaggio matematico. È il caso delle tre grandi teorie della fisica moderna: la teoria della gravitazione, la meccanica quantistica e l’elettrodinamica quantistica. Vediamo più da vicino come agisca questa «irragionevole efficacia» della matematica.