Secondo Leibniz, la benevolenza di Dio ci fa vivere nel «migliore dei mondi possibili». Dietro questa celebre formula, che Voltaire avrebbe deriso, si cela l’inventore di nuovi metodi del calcolo infinitesimale che permettono di calcolare il massimo e il minimo di una funzione.

Il 17º^{º} secolo europeo di Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716) vide certamente fiorire le scienze e la matematica, ma fu anche profondamente permeato di religiosità. La storia del cristianesimo è sempre stata segnata dall’antica opposizione tra una teologia del paradosso e una teologia della ragione. Secondo la prima, la fede cristiana si colloca al di là di ogni giustificazione scientifica e supera persino tutto ciò che possiamo ragionevolmente pensare. Al contrario, la seconda afferma che il cristiano ha un dovere di razionalità, poiché la fede deve essere giustificata da argomenti solidi; la matematica e la logica devono dunque illuminare la nostra comprensione della creazione divina. L’avvento della nuova scienza nel 17º^{º} secolo rimescolò le carte di questo antico dibattito. Leibniz, all’avanguardia sia nella matematica sia nella filosofia del suo tempo, fu una delle figure principali di questa trasformazione. Secondo il filosofo di Hannover, «disonorare la religione significa privarla di prova e conoscenza». Per un credente è più grave mancare di luce che di calore, da qui la necessità di razionalizzare la fede. Ecco perché il programma delle dimostrazioni cattoliche avviato da Leibniz negli anni 1668-1669, sotto il patrocinio del barone di Boineburg, fu dedicato alla dimostrazione dell’esistenza di Dio, ragione sufficiente, causa ultima di ogni cosa.
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La matematica può davvero soddisfare questa ambizione metafisica, che pretende di rendere conto della scelta divina? Se un simile obiettivo è possibile, Leibniz è nella posizione migliore per raggiungerlo. Fu il primo a mostrare che si può calcolare su oggetti diversi dai numeri e che esiste dunque anche una matematica dei concetti e delle proposizioni. Secondo lui, la logica matematica non serve soltanto a giudicare correttamente: è anche l’arte di scoprire verità ignote. Questa nuova arte combinatoria deve permettere di determinare, per qualunque realtà data, l’insieme delle caratteristiche che la definiscono. Tutto è analizzabile in ultima istanza, comprese le verità contingenti dell’esistenza.
Leibniz segue così le orme di Galileo, per il quale il linguaggio della natura è quello della matematica, con i suoi cerchi e i suoi triangoli. Chi vuole comprendere un fenomeno deve padroneggiare questo linguaggio.