La storia della matematica è costellata di incontri sorprendenti, ma raramente tanto improbabili quanto quello fra Leibniz e il Libro dei mutamenti dell’antica Cina. Quando il filosofo scopre gli esagrammi che racchiude, vi vede, o meglio crede di vedervi, una prefigurazione del proprio sistema binario, ma anche l’universalità dei saperi umani.
Matematico e filosofo, Leibniz è un pensatore della conoscenza completa, la mathesis universalis. Per lui, la matematica non è soltanto una scienza della quantità, ma il laboratorio di una logica universale (vedi l’articolo "Quelque chose plutôt que rien"). Se si accetta questa scommessa sull’universalità, ci si deve dunque aspettare di ritrovare verità comuni a tutte le civiltà. Ora, dalla fine del 16 secolo i missionari gesuiti cominciarono a far conoscere la Cina agli europei. Numerose opere cinesi, a cominciare dai grandi classici, furono tradotte in latino e messe a disposizione, fra cui il Libro dei mutamenti (易經, Yi Jing). Quest’opera trae origine dalle pratiche divinatorie basate sull’estrazione di steli di achillea millefoglie (lunghe bacchette), associate alla dinastia Zhou (I millennio a.C.). Si compone di due parti: la più antica presenta 64 sezioni o brevi paragrafi, ciascuno sormontato da un esagramma (vedi riquadro), mentre la parte più recente è costituita da commenti, glosse e saggi. Le prime traduzioni occidentali si basano sui commenti e sulle interpretazioni di alcuni influenti eruditi della dinastia Song (960-1279), in particolare Cheng Yi (1033-1107) e Zhu Xi (1130-1200).







