In effetti, se si cambia una nota in una serenata di Mozart, la maggior parte degli ascoltatori se ne accorge; se l’interprete fa una «nota stonata» in una composizione atonale seriale, solo alcune orecchie esperte e molto allenate la individuano.
Philippe Manoury (che ha praticato il serialismo) e Pascal Dusapin (che conosce la storia della musica) replicano subito duramente, schierandosi quasi con Schoenberg, che dichiarava: « Non c’è più buona musica da comporre in do maggiore! »
Si credeva che queste polemiche fossero ormai spente da tempo: la musica atonale si è guadagnata i galloni, ma non regna incontrastata. Karol Beffa ritiene persino che si estinguerà da sola quando verranno meno i finanziamenti pubblici e le sovvenzioni agli artisti seriali (Les Coulisses de la création, con Cédric Villani, Flammarion, 2015). Quanto ai compositori tonali, non se la passano poi così male: Steve Reich, uno dei pionieri della musica minimalista, ha dato origine a un intero movimento ripetitivo. Arvo Pärt affascina con un linguaggio modale arcaizzante. Étienne Perruchon suscita immancabilmente emozione negli ascoltatori con la sua grande suite Dogora (Naive, 2004) e con tutte le sue «suite dogoriane».
Non si possono apprezzare al tempo stesso un Alban Berg a suo agio con la serie e un Henri Dutilleux restio a ogni sistema?