Si dice che il paradosso del barbiere permetta di fare bella figura in società. Pur avendo uno scopo didattico, poiché illustra uno dei risultati più fondamentali della teoria degli insiemi, fuori dal suo contesto rischia però di ritorcersi contro di voi!
È nelle classi di specializzazione del penultimo e dell’ultimo anno di liceo che gli studenti formalizzano i concetti di biiezione e di cardinalità. Contando i sottoinsiemi di un insieme H con n elementi, e sapendo che 2*n > n*, ritengono vano mettere in biiezione H e l’insieme delle sue parti. In altre parole, concludono che H e P(H) non sono equipotenti (vedi l’articolo « Un viaggio nell’infinito »).
Superata questa tappa, è opportuno spingersi un po’ oltre dimostrando lo stesso risultato per un insieme H qualsiasi, potenzialmente infinito. L’interesse è molteplice: scoprire il genio di una dimostrazione tanto breve e semplice quanto miracolosa; ripercorrere le tracce di Cantor e del suo secolo; accarezzare per la prima volta la scala vertiginosa degli infiniti; riflettere sull’ipotesi del continuo…
Un ragionamento per assurdo
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È sempre possibile iniettare un insieme H qualsiasi nell’insieme delle sue parti, anche solo associando a ogni elemento h di H il singoletto {h}. Non si troverà invece mai una suriezione (e a fortiori una biiezione) da H a P(H). Per dimostrare questo teorema, di cui ha l’intuizione e che enuncia, Cantor comincia con il negarlo… Considera dunque un’ipotetica applicazione f suriettiva da H a P(H). Poi ha l’intuizione, apparentemente bizzarra ma in realtà illuminante, di considerare il sottoinsieme C di H definito così:
C={c∈H∣c∈/f(C)}.
La forma di C importa poco: a priori, potrebbe essere l’intero insieme H, una coppia, un singoletto oppure l’insieme vuoto. Senza pregiudicarne la natura, sappiamo tuttavia, per ipotesi (poiché C è un sottoinsieme di H e f è supposta suriettiva), che C ammette almeno una controimmagine mediante f . Fissiamone una, indicata con b, e collochiamola rispetto a C. Delle due, l’una:
• b appartiene a C = f (b). Allora, per definizione di C, b non appartiene a f (b), che è uguale a C;
• b non appartiene a C = f (b). Ora, questa stessa definizione di C impone specularmente che b appartenga a f (b) = C.
In entrambe le situazioni, l’elemento b è costretto simultaneamente ad appartenere a C e a non appartenere a C. Di fronte a tante contraddizioni, l’applicazione f non può che essere chimerica, e ciò consente di concludere.
Esposto così, questo schema arricchisce la varietà dei ragionamenti per assurdo. Completa felicemente altri casi di scuola tanto fondamentali quanto emblematici, dall’irrazionalità di √2 all’unicità di un limite, passando per l’infinità dei numeri primi.
Per quanto elegante, la dimostrazione di Cantor resta astratta. È opportuno accompagnarla con un disegno, sul quale saranno segnati alcuni elementi (c, c’, c’’… che compongono C come insieme) e collocata la controimmagine b di C mediante f, secondo l’alternativa che le si presenta.
**Il ragionamento di Cantor.
In rosso, gli elementi che non appartengono alla propria immagine mediante f (e che dunque compongono l’insieme C);
in blu, quelli che vi appartengono (e che compongono il complementare di C).
Quando la controimmagine b di C appartiene a C (a sinistra), è al tempo stesso rossa e blu.
Quando non appartiene a C (a destra), è al tempo stesso blu e rossa.**
Oltre a condurre, per disgiunzione di casi, soltanto a un’assurdità, il ragionamento di Cantor genera un circolo vizioso.
Il ragionamento di Cantor, nel quale ciascuna delle due proposizioni
(a sinistra e a destra) nega sé stessa, genera un circolo vizioso.
Il barbiere e la parrucchiera
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Ma che cosa c’entra il barbiere in questa storia? Capitato un po’ come un pelo nella zuppa di Cantor, il paragone – detto dunque del barbiere – offre un espediente mnemonico per ricordarne la ricetta. Di origine controversa, la metafora fu ripresa e poi divulgata da Bertrand Russell e dai suoi contemporanei. L’insieme H rappresenta gli abitanti di una città, poniamo Siviglia in Spagna. All’applicazione f è associato il verbo « radere ». Essa manda dunque ogni abitante h di Siviglia al gruppo di sivigliani che rade.
Ora, f è ritenuta suriettiva. Sicché i membri di qualunque gruppo di individui condividono almeno un barbiere (esterno o meno al gruppo, ma abitante della città). In particolare – è un postulato di partenza, conseguenza della suriettività –, si presume che ogni abitante debba essere rasato, mentre alcuni potrebbero non radere nessuno: per costoro, f assocerà l’insieme vuoto Ø. A priori, non è incompatibile che un abitante si rada da sé e, all’occorrenza, si faccia radere anche da un altro.
Con un’unica eccezione.
In questo caso, l’insieme C riunirà tutti gli abitanti che non si radono da sé o, detto altrimenti, che sono semplici clienti. Chiamiamo «barbiere professionista» una controimmagine di C b. La domanda «Chi rade questo barbiere?» mette allora in gioco l’antinomia:
• b si rade da sé (ossia b ∈ f (b) = C), ma ciò contravviene alla sua funzione: radere soltanto persone che non si radono da sé, cioè semplici clienti. Dunque questo barbiere non si rade da sé;
• b non si rade da sé (ossia b ∉ f (b) = C) e, semplice cliente, deve essere rasato da chi ha questo compito: i barbieri professionisti… Dunque si rade da sé!
C’è davvero da impazzire. Come sfuggire allora a questa logica implacabile? Reintroducendo l’elemento umano! Potrebbe essere questo il valore dell’iniziale h. Perché gli abitanti di H dovrebbero essere soltanto uomini, per di più pelosi? Dove sono le donne? Quelle che radono, si radono o non si radono? E se la morale della storia dicesse invece… che il barbiere era una donna… e che Russell o i suoi contemporanei erano uomini…
Ma allora, rimandando la domanda al mittente… chi pettina la parrucchiera?