Civiltà in cui la tradizione è strettamente associata alla modernità, il Giappone è il paese tanto delle calcolatrici quanto degli abachi, tanto che, nell’epoca dell’informatica trionfante, gli esperti di soroban (l’abaco giapponese) sono ancora molto apprezzati.
Così, ancora alla fine del 20º secolo, quindi ben dopo la diffusione generalizzata delle calcolatrici (in particolare giapponesi), ci si poteva meravigliare di scoprire, nel cuore della modernità digitale di Tokyo, che tanto i negozi più modesti quanto le agenzie bancarie usavano ancora il soroban per calcolare i tassi di cambio o dare il resto. Gli addetti sapevano far roteare le palline a una velocità prodigiosa e ancora oggi si trovano cassieri giapponesi che lo usano.
Se computer e applicazioni per smartphone hanno infine prevalso, la pratica del soroban è ancora considerata un’arte, il cui apprendimento passa, come nel judo, attraverso l’equivalente delle cinture (kyu) e poi dei dan. Un esperto è in grado di eseguire qualsiasi operazione aritmetica su numeri con un numero di cifre superiore a quello gestibile da una calcolatrice tradizionale (almeno quindici), spesso a una velocità superiore, se non altro per il tempo necessario a inserire i dati.
L’apprendimento comincia fin dalla più tenera età: ogni anno un milione di scolari giapponesi imparano il soroban, insegnato fin dalla scuola primaria mediante filastrocche. Permette agli alunni di visualizzare facilmente il calcolo in base dieci e di eseguire le manipolazioni dell’abaco con due dita. Raggiunto il livello del primo kyu (il più alto), uno studente è in grado di moltiplicare un numero di sette cifre per uno di quattro cifre in meno di tre secondi.
Gare di calcolo
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