Alex Eskin raccontava che, nelle riunioni di lavoro, era capace di riconoscere una superficie a colpo d’occhio: un talento che coinvolgeva tutti i suoi sensi, poiché ne percepiva letteralmente la «personalità». Copriva la scrivania di grandi fogli bianchi pieni di schizzi, disegnava le sue dimostrazioni e poi ne parlava come di vere storie. Evocava spesso viaggi attraverso questi spazi e affrontava i problemi in modo originale. Come diceva ai suoi dottorandi: «Non cerco di comprendere un problema, cerco di diventarne amica.»
Quando una questione la bloccava troppo a lungo, sgombrava completamente la scrivania – fogli e schizzi compresi – per ricominciare da zero, così da avere l’impressione di «incontrare il problema come un nuovo visitatore». I suoi colleghi la soprannominavano la «slow genius»: lasciava maturare le sue idee per un tempo insolitamente lungo prima di ottenere risultati spettacolari.