Il padre di Paul Erdős, Lajos Erdős, che insegnava matematica a Budapest, aveva imparato da solo l’inglese durante la Prima guerra mondiale, durante la prigionia in Siberia tra il 1914 e il 1920, ma pronunciava molto male molte parole. Insegnando l’inglese al figlio, gli trasmise la propria cattiva pronuncia, che Paul Erdős conservò fino alla fine della vita.
Per lui, chi non faceva matematica era un essere banale (trivial being). Per lui, fare matematica era un’attività continua: alcuni suoi amici parlavano di diciannove ore al giorno dedicate alla matematica. Ovunque e in ogni momento, anche quando era in compagnia, era immerso nelle proprie riflessioni. Quando si sentiva pronto a fare matematica con altri, diceva che il suo cervello era aperto (my brain is open). Riflettere, porre problemi, tentare di risolverli erano gli unici scopi della sua vita.
All’età di 58 anni, dopo la morte della madre, con cui aveva un rapporto simbiotico, soffrì di depressione e gli furono prescritti psicofarmaci. Divenne dipendente da questo tipo di sostanze fino alla fine della vita. Tentò comunque di disintossicarsi, con successo, ma la sua creatività matematica ne risentì troppo e riprese i farmaci per ritrovare la capacità di riflettere.
Alcune parole
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Con ogni probabilità e con molto umorismo, Erdős usava abitualmente con amici e coautori alcune espressioni che questi sapevano decifrare.