Che relazione può esserci tra un trinomio di secondo grado e un vettore dello spazio? A prima vista nessuna, perché si tratta di oggetti di natura diversa. Eppure hanno la stessa forma: sono descritti da una terna di numeri. Di più: i calcoli effettuati sugli uni corrispondono a quelli effettuati sugli altri!
Le terne di numeri reali compaiono nel panorama dei trinomi di secondo grado, dove non necessariamente ci si aspetterebbe di trovarle. Per convincersene, consideriamo un polinomio P(x) = a x2 + b x + c. Quest’ultimo è interamente determinato dai coefficienti a, b e c, che costituiscono dunque una terna di coordinate nello spazio. La somma di due trinomi corrisponde alla somma delle terne. Analogamente, la moltiplicazione di un trinomio P per uno scalare coincide con la moltiplicazione della terna che rappresenta P per tale scalare. In altre parole, lo spazio dei trinomi di secondo grado e lo spazio usuale sono isomorfi. Si può quindi associare alla base {i,j,k} = {(1, 0, 0), (0, 1, 0), (0, 0, 1)} dello spazio una base {I, J, K} dello spazio dei trinomi: I è il polinomio che associa a x il valore x2, cioè I(x) = x2 ; analogamente, J(x) = x e K(x) = 1. Ciò permette di scrivere formalmente P = a I + b J + c K, in modo analogo alla scrittura
V=ai+bj+ck.
Anche se non si può attribuire a questa scomposizione di P lo stesso significato geometrico, essa conserva il suo significato algebrico e il disegno resta valido. Queste osservazioni possono sembrare una curiosità di scarso interesse. In realtà permettono di trasferire le proprietà dello spazio usuale a quello dei trinomi. Qui sta l’interesse dell’astrazione! Possiamo ragionare sui polinomi come sui vettori.
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Giocare con le basi di trinomi
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